giovedì 16 settembre 2010

Bath Coupon

Bielefeld, la città che non esiste, giovedi 16 settembre 2010, ore 22 circa.

Primo giorno di connessione internet.

Seconda settimana di permanenza in terra tedesca: sette giorni fa Berlino, domani Wuppertal , sabato/domenica (forse) Dusseldorf.

Stravolto dai ritmi erasmus, ancor più da quelli teutonici.

Imparare il tedesco è come fare voto di povertà: ben presto finisce per passarti la voglia.

Riesco a sostenere conversazioni in inglese, riuscendo a carpirne solo il 20% del significato: nessun problema, dato che l’interlocutore, nella stragrande maggioranza dei casi, è così terribilmente ubriaco da non riuscire a ricordare di cosa stesse parlando fino a 5 minuti prima.

I “tedeschi” sono tali nel senso più comunemente percepito (in Italia) del termine: è pur vero che sono solo agli inizi della mia disamina. Ancora mi mancano molti elementi per approfondire la mia analisi sociologica in merito.

La partizione della giornata, così come prevista dall’ufficio relazioni internazionali della Fachhoschule Bielefeld ha sempre una dimensione spartana, militare, anche nei giorni pattuiti come di “relax”. Ne scaturisce tutta la mia “italica” insofferenza …

Essere ripresi da un insegnate tedesco, per uno studente italiano tende ad assumere la valenza di una mortificazione immonda.

Lo status di erasmus prevede un uso sconsiderato di alcolici, quello di abitante dell’Europa del Nord ancor di più: salute, portafoglio e self control, ringraziano vivamente l’ impossibilità di reggere il ritmo di Olandesi, Finlandesi, Tedeschi, Cechi, Polacchi, Francesi…

Sembra che attorno all’Italia ed agli Italiani, graviti un’aura mitica. Talvolta mi sento come una specie protetta in territorio di caccia: bisogna anche stare attenti alle cacciatrici più mature.

Il mio senso di inferiorità per gente che in media parla correttamente due lingue oltre alla propria? Poca se si trattasse solo di tedeschi; ma se a questi aggiungiamo olandesi, finlandesi, cechi, turchi, polacchi, coreani…allora si passa ad un sentimento di manifesta indigenza personale.

La spesa diventa un’attività complessa, al limite dell’impossibile. Poche speranze di trovare ciò che risulta mediamente utile ad un italiano: e non parlo solo di alimenti. Due settimane di continua ricerca ancora non mi hanno permesso di trovare un cazz…di secchio per mocio.

Trade Markettari, la distribuzione italiana sarà anche la peggio organizzata, il suo livello di redditività al lordo di contributi fattura sarà pure tra i più bassi d’europa, ma sul livello di servizio offerto al consumatore ( in termini di assortimento) sono pronto ad aprire un contraddittorio.

La mia camera? Praticamente un monolocale di 15 metri quadri comprensivo di letto scrivania mensole armadio cucina tinello bagno doccia e niente bidè. Come questo possa essere possibile? Frutto del razionalismo tedesco.

Paghi 70 centesimi per utilizzare il bagno in una stazione di servizio sull’autostrada e con lo stesso ticket puoi usufruire di un coupon sconto di 50 centesimi sul food? Sconcertante associazione, sempre frutto del razionalismo tedesco.

Il bagno dentro la mia stanza interamente in pvc: orribile! Sembra essere stato fabbricato per una cabina di una nave e poi bello e pronto montato in una residenza universitaria.

Il livello di socializzazione nel mio dormitorio? Nullo. Solo un agglomerato di monolocali.

Posso ospitare chiunque quando meglio lo ritengo opportuno: esplicito messaggio ai promessi visitatori. Organizzatevi, vi aspetto!

giovedì 24 giugno 2010

bouquet de nerfs

Journée de la pleine lune
Au sommet de la dune
A caresser de loin ton chien

T'oublies or not t'oublies
Les ombres d'opalines
au rendez-vous suivant, j'attends
Au fond d'une autre limousine
Qui ne vaut pas plus cher
Que ce bouquet de nerfs

A frôler la calanche
Les étendues salines
A perte de vue on s'imagine en Chine

Trompe la mort et tais-toi
Trois petits tours et puis s'en va
J'opère tes amygdales
Labyrinthiques, que dalle
Ne m'est plus rien égal
Je sais je n'ai offert que des bouquets de nerfs


Rubis de Sade et jade, déjà je dis non
Diamant, c'est éternel
Des fleurs, des bouts du ciel immense

La liste des parfums capiteux
Capitalistes c'est bien bien
Mais olfacultatif
Liste en boule, au panier
Finalement j'ai offert quelques bouquets de nerfs

Agendas donnez-moi
De vos dates à damner
Tous les bouddhas du monde
Et la Guadalupe

S'il arrive qu'un anglais
Vienne me visiter
Dans la métempsychose
Je saurai recevoir je peux lui en faire voir de la sérénité
Et même lui laisser un certain goût de fer
Et ce bouquet de nerfs


Bertrand Cantat

venerdì 18 giugno 2010

Geremia de’ Geremei

Forse non è adeguato argomentare di questioni di tale genere. Forse è meglio solo parlarne. Forse è meglio non parlarne affatto. Non ho mai condiviso quella propensione a riportare su blog, fatti opinioni sentimenti che per loro natura sono strettamente personali: semplicemente ritengo tale attitudine come inopportuna. Non è detto che quanto mi appresto a scrivere rifletta appieno ciò che veramente penso. Magari non penso affatto ciò di cui sto scrivendo. Magari lo penso solo in parte. Magari il mio intento è solo di voler provocare, magari sto anche sbagliando a scriverne. In ogni modo ne sto scrivendo.

Sono certo di non essere l’unico, men che meno il primo e nemmeno l’ultimo, a ritenere che l’uomo abbia una forte componente di male insita in se stesso. Credo che la virtù risieda nel prenderne consapevolezza e nel cercare di limitarne al massimo la portata. Nel più frequente dei casi si cerca semplicemente di fare quello che si può.

Credo che il pensiero e l’azione negativa siano quasi sempre la soluzione maggiormente a portata di mano. Credo che sia più facile dire e fare una cazzata, piuttosto che qualcosa di giusto. Se è possibile essere come Geremia de’ Geremei, se è plausibile agghindare una vita di una così schifosa corte di viscidi orpelli, se la realtà reca in dote un tale campionario di subdole merdate, che siano esaltate da un fluoriclasse di controversa meschinità come cotal soggetto o anche sole rese manifeste a bassa intensità con un coefficiente di abbrutimento assai minore (come del resto avviene in ciascuno di noi)…

Ma allora se è così facile cedere al lato più di fetente della nostra indole. Se la stessa nostra natura è sospetto, indifferenza, malizia, allora…allora un pensiero di una positività pazzesca mi assale. Cazzo! Siamo costantemente alle prese con uno sforzo immane: per fare del bene ci si deve sforzare, dilaniare in mille innocui rivoli il condizionamento negativo della propria indole, rinnegare il proprio essere di perfetto pezzo di merda. Quanto sarebbe scontato fare del bene, quando il bene stesso è fisiologico e naturale! Il bene perderebbe ogni carattere di eccezionalità, sarebbe implicitamente svuotato di tutto il suo valore, della sua bellezza, della sua portata rivoluzionaria. Cosa c’è di più stupefacente nell'uomo, di un atto, di una seria ragionata e meditata di azioni che contrastano con la sua più fisiologia inclinazione di predatore di ogni cosa? Il bene sconvolge, perché presuppone una serie di atti: prendere coscienza del proprio essere ( dunque analisi e consapevolezza di se), quindi rinnegarne la portata e smorzarne le manifestazioni più malsane. Ma soprattutto, a far deflagrare il crogiolo d'insipida umanità che pure ci attornia è l'accettazione di un principio di ordine superiore: il bene è di gran lunga il valore più elevato che l'uomo possa mai riconoscere. Insomma è come dire “Sono una merda, sto pensando come uno stronzo ed agendo come un coglione, ma non lo farò più, lo sarò solo in parte, sempre in misura minore, perchè ho un tarlo ficcato in testa che mi corrode e mi sfianca e mi annichilisce quando non seguo quel principio che pure riconosco: il bene".

Adesso si dovrebbe parecchio dissertare attorno al concetto di bene: purtroppo al momento mi trovo sprovvisto di spirito e sagacia tale da consentirmi uno sforzo di tale portata. Ma un'ultima considerazione, i miei mezzi (e sopratutto vista l'ora tarda, il caffè pomeridiano che ancora mi tiene sveglio) pure me la concedono: credo che nell’uomo ci sia del male, ma anche un forte spirito di miglioramento (di sovente in peggio).



p.s. Ho scritto dopo aver visto “L’amico di famiglia” di Paolo Sorrentino ed aver ascoltato l’album “Neon Golden” dei The Notwist. Non posso che aggiungere un paio di supposizioni: che “L’amico di famiglia”, snobbato dalla critica, sia il miglior film di Sorrentino? Che Sorrentino stesso sia un genio assoluto? Che le stelle attribuite da ondarock agli album non rispecchino appieno le mie preferenze? (Neon Golden certamente merita almeno un 0,5 in più). Che nei periodi che precedono eventi importanti della propria vita, si finisce immancabilmente per essere riflessivi ed introversi?

domenica 13 giugno 2010

pop

Mi piacciono le cose “pop”.

Mi piace il “pop” educato ed equilibrato. Mi piacciono i mondiali di calcio. Per non parlare delle grigliate di carne all’aria aperta d’estate.

Non mi piacciono quelli che hanno trasformato il pop in qualcosa di sciatto e di cattivo gusto. Mi piace la t-shirt unica tinta color pastello da un euro all’ipermercato.

Mi piace quella musica pop così intimistica dei Belle and Sebastian.

Mi piace il pop di un piatto di spaghetti. Credo che la Peroni sia un’ottima birra. Non scambierei la mia Fiat Uno con nessun’altra macchina.

Le ragazze che si scoprono in estate sono pop e pop è anche l’eccitazione maschile: del resto qualcosa del genere lo diceva anche un tipo intellettuale pittore americano, lui si veramente pop (? !)

Mi piacciono le partite di calcetto giocate tra giocatori mediocri: anche odiare chi non passa mai la palla è un sentimento pop.

Una padella in teflon è pop.

Ridere è pop.

La pipì che scappa è pop.

I segnali stradali (soprattutto i “lavori in corso”) sono pop.

La Gazzetta dello Sport è pop. Il calciomercato su mediavideo (televideo di mediaset) perché le notizie sono assolutamente inventate, irrealistiche e fanno sognare di più: questo si che è veramente pop!

L'abbronzatura a mezza manica è pop.

Mi piacciono i Kings of Convenience: credo che siano pop.

Desiderare di saper suonare la chitarra, averla comprata ma non esserci mai riuscito è pop.

Mi piace quella bonaria malizia che rende divertenti le relazioni tra persone che si vogliono bene.

Mi piace la famiglia: è la cosa più eccezionalmente pop che conosca.

I rimorsi sono pop,anche i sogni che rivangano il passato lo sono.

Un foglio word è pop.


Non mi piacciono tante altre cose pop…

sabato 8 maggio 2010

Tutti i possibili stati del mondo

Ora dico io, ma quante cose strane succedono in questo mondo?
Un paio di giorni addietro, ritornato a casa dopo 8 ore di lezione e con una fame pazzesca in corpo, sistemata alla buonora una quantità indecifrata di cibo sul tavolo, ho iniziato a mangiare. Con un’abitudine che mi è propria ho anche acceso la televisione: telegiornale pomeridiano di Rai Due, ore 18.30. Servizio di apertura, conferenza stampa dell’ (ex) ministro delle attività produttive, l’imperiese Scajola. Seduto, davanti ad una ampia scrivania, nella sala del ministero di via Vittorio Veneto destinata alle comunicazioni con i media, Scajola parla ed io sempre più perplesso ascolto. Non riesco a credere alle mie orecchie, rimango attonito: chissà, magari il calo possente di glucosio ha vanificato le mie capacità di comprensione. Non capisco bene. Finisco di mangiare, mi dedico alla mia solita dormita pomeridiana (quel giorno quasi pre serale) ed una volta sveglio accendo il pc. La Repubblica on line: vabbè giornale di sinistra antiberlusconiano, non fa fede. Il Corriere della sera, testata da sempre ritenuta super partes: lo stesso. Il Sole 24 Ore: idem. Rimango con il mio dilemma ed i miei patemi: “oggi sarò particolarmente rincoglionito, meglio rimandare ogni valutazione al giorno venturo”. L’indomani, cerco di dare soddisfazione alla mia lacuna di comprensione rivolgendomi direttamente al sito del Pdl. Riporto in via integrale, il passo del comunicato di Scajola che più mi ha tratto in dubbio:

“Questa campagna mediatica che non dà respiro, che non dà tregua, deve darmi la possibilità di poter capire. Io una cosa l'ho capita: un ministro non può sospettare di abitare in una casa pagata in parte da altri. Se dovessi acclarare che la mia abitazione nella quale vivo a Roma fosse stata pagata da altri, senza saperne io il motivo, il tornaconto e l'interesse, i miei legali eserciteranno le azioni necessarie per l'annullamento del contratto di compravendita. Non potrei come ministro della Repubblica abitare in una appartamento in parte pagato da altri".

Senza entrare nel merito giudiziario della questione, dico io, quante cose strane che succedono nella vita! Di notizie strampalate, racimolate qua e la sulle pagine del servizio news di windows live messanger e di yahoo ne ho lette. Ma di queste proporzioni e per giunta comunicate da un Ministro della Repubblica Italiana, mai ! Perché se fosse stato un furbettino, un ladruncolo qualsiasi, un rampante faccendiere di quelli che così a bizzeffe se ne incontrano nelle città e nella provincia italiana, poteva anche andare bene: trovato con le mani in pasta, cerca di divincolarsi additando scusanti a dir poco sgangherate. Ma un Ministro in carica e per lo più dei più quotati, questo no, non posso crederlo. Perché io, come molti altri italiani, ho in dote una certa componente di creduloneria, che abbinata ad una spiccata immaginazione, porta ad immedesimarmi in possibili analoghe situazioni. Del tipo: vado in banca per pagare le tasse universitarie, ma scopro che un ignoto benefattore ha già contribuito alla loro estinzione per più del 50%. Faccio la fila al supermercato e giunto alla cassa, passati tutti i prodotti sul pos, la cassiera mi comunica il totale della spesa: mi sembra di non aver capito bene e le chiedo nuovamente l’importo. Lei risponde sempre con la stessa cifra. Penso io, ma è mai possibile? Nemmeno al Lidl riesco a comprare tanto a così poco prezzo. Le passo la carta e lei (la cassiera), gentilmente mi comunica il contributo del già citato benefattore (ma sarà lo stesso?).

Distolto dal mio immaginifico sognare, ritornato con i piedi per terra, penso alle massime soddisfazioni in tema di contributi monetari non attesi, che la sorte mi abbia mai concesso. Dopo mesi, all’inizio dell’inverno indossare un giubbotto e dopo qualche istante, tastando qualcosa di cartaceo nelle tasche rinvenire 5 euro. Ecco, questo è tutto, questo è quanto nel migliore dei casi mi sia successo. Però non demordo, certamente ad altri possono accadere fortune di ben maggiori dimensioni: non voglio di certo arrogarmi la velleità di rappresentare tutti i possibili stati del mondo! E poi, a volerla dire tutta, io non sono mica un ministro! Chissà magari da ministro casi del genere finiscono per accadere veramente e con frequenza maggiore. Chissà…

p.s : ma dico io, signor Ministro, ma una motivazione migliore per la sua dimissione, non poteva almeno trovarla?

Desiderio

E' un periodo in cui sono affamato di storie. Vorrei scriverne una anche io...

venerdì 30 aprile 2010

Il tempo: degli starnuti e non solo.

Il tempo manca. Il tempo passa. Il tempo muta. Il tempo è atmosferico. Il tempo è cronologico.

Il tempo è la primavera che arriva. Il tempo è la mia spossatezza pomeridiana: il tempo sono le ore di sonno sotto l’effetto quasi barbiturico dell’antistaminico. In un lasso che lo circoscrive il tempo conta il numero dei miei starnuti: pollini inclementi che l’anno passato (il primo in terra parmigiana) sembravano avermi quasi risparmiato e che adesso tornano con rinnovato vigore. Ed ecco che anche l’allergia misura il tempo: maggiore è il tempo trascorso in un certo luogo, maggiore la probabilità che finisca per sensibilizzarmi a qualche indigeno allergene.

Il tempo come unità di misura dello studio ( quest’ultimo inteso come attività simil accademica): quante ore di lezione, quante di applicazione su un testo, quanti i giorni dall’esame, quanti giorni tra un esame e l’altro, quanto tempo separa dalla fine della sessione.

Il tempo misura la mia forma fisica. Il numero di piegamenti sulle braccia, la sequenza di crunch in un lasso di tempo, quanto tempo in bici quanto a piedi per coprire una distanza: quanto dannato tempo trascorso su una sedia ad accumulare adipe su adipe sui miei fianchi. Ma il tempo, per converso, misura anche la distanza dal giorno in cui sarò libero di staccarmi dal mio rosso scranno dotato di ruote e manovella, per librarmi in sezioni di tempo (sempre lui, ovunque lui, onnipresente tempo) dedicate al salinico sudore ed alla abnegazione fisica, nella speranza di limare dal mio ventre i chili in eccesso.

Ultimamente, sempre più spesso mi ritrovo a pensare al tempo. Ed è proprio nelle partizioni di tempo in cui tutto volge progressivamente al nuovo, nell’imminenza (non troppo prospiciente) di un cambiamento, che finisco per pensare al tempo…

sabato 20 febbraio 2010

Barbabietole Barbablù e Bratislava

Ho una personale percezione.

Il ricordo di un viaggio, a distanza di mesi, passato per il filtro della memoria, è sempre differente dal suo reale svolgimento. O meglio, non che finisca per travisare fatti ed accadimenti: se sono andato in un preciso luogo ed ho compiuto una specifica sequenza di azioni, tale ne è la memoria, uguale il ricordo. Piuttosto è come se elaborassi il viaggio, attribuendogli significati particolari, associando un “senso” ben lontano da quello che le prime emozioni erano state in grado di comunicarmi. Direte che si tratta di qualcosa di piuttosto normale ed io concordo pienamente: la caterva di sensazioni generata da un viaggio, dalla vista di un nuovo luogo e soprattutto dall’ interazione con un contesto sociale differente, non può che stordire, generare un “tilt” di emozioni, che poco lascia all’analisi (s)ragionata. Detto ciò, assodato che oramai ho un ricordo stereotipato -mi auguro non intriso di pregiudizi, quanto piuttosto riconducibile all’ elaborazione che il mio sentire nel corso del tempo ha pure originato- delle città visitate in passato, una domanda, la vostra, sorgerà spontanea: ed allora? Di cosa stai scrivendo? Tipica prolissa deriva.. Ma no , mia intenzione è piuttosto fare un rapido elenco di quei frammenti di immagini ed avvenimenti che una quattro giorni di scorribande per due contigui stati della mitteleuropa ha deposto sulla superfice della mia memoria: non elucubrazioni di chissà qual valore, solo quel sottile strato di impressioni che pure gli eventi sono in grado di portare in dote, prima che il costrutto della ragione e del ricordo possa prendere il sopravvento (iniziando a comporre, elaborare, conferire in senso e significato).

Lo strudel e l’odore di cannella. La cannella sul cappuccino

Il cornetto con prosciutto e formaggio che sa di sofficino

Le ragazze di Bratislava ed il loro senso del pudore.

I supermercati di Bratislava

La proverbiale diffidenza delle gente di Bratislava

Bratislava così piccola da incontrare sempre la stessa gente

Il silenzio surreale che pervade le strade di Bratislava

I no comment laconici alle fermate

A piedi scalzi nell’ostello: non io, tengo a precisarlo

L’elefante americano e le sue trribili ( non si tratta di un errore, quanto piuttosto ha un valore onomatopeico) puzze

La simpatia spagnola

Vienna ti vorrei conoscere di più. È stato solo un fugace incontro. Perdonami, ma in parte è stata anche colpa tua. Potevi anche essere meno cara

Una 0,50 di ottima birra (scura, dal sapore tostato, schiumosa) a 1,50 euri

Bratislava e le periferie con casermoni retaggio ex unione sovietica

I dubbi circa la sincerità dell’ affetto delle ragazze del posto: l’empire

I consigli di monica?!

Le abuffate di dolci da Tesco

La torta sacher e Vienna

Il terribile bagno kitsch della metropolitana di Vienna: solo una foto sarebbe in grado di testimoniarne il cattivo gusto

Il narghilè alla mela e menta

Sul treno, svegliarsi con le grasse risate delle donnone slovacche al ritorno da una giornata di lavoro da Vienna: chissà di cosa stavano parlando?

Il ragazzo uruguaiano di origini italiane che adesso vive in Svezia ed è fidanzato con una finlandese: sul tram smanaccia pacchi e pacchetti tirati fuori dal suo immenso zaino da viaggio. Prodotti tipici della cucina slovacca, di cui disconosce le modalità di preparazione, ma che si ostina a portarsi indietro da ogni viaggio. Un encomio per la costanza: quanto al confronto son io provinciale!

I caldi caffè dentro i quali rintanarsi quando il freddo intorpidisce

Il mio piumino che decide di porre fine all’uso della cerniera proprio quando i suoi servigi sarebbero più graditi

Io , all’aeroporto, montgomery sotto, piumino rotto sopra

La calzamaglia che ben poco sopperisce al freddo

La vodka lemon, ovvero un bicchiere di vodka ed un limone spremuto

La hoegarden con il limone dentro

La riedler: gassosa e birra. Associazione assai discutibile

Il tram che ci lascia a piedi: nove chiassosi trolley vagano per la periferia di Bratislava, scansando ghiaccio e mucchi di neve

Il vento , il ghiaccio e la neve

Il novantenne (credo) seduto da Mc Donalds che legge il “The Guardian” , bardato con vestimenti in chiaro retaggio ex impero asburgico

Poca voglia di fare le foto: le mani rintuzzate nelle tasche del giubotto, ben riposte negli immancabili guanti.

La crema glydorèe panaceo alle mani gelate

Il ragazzo del lago di garda ed il suo amico barbablù, quest’ultimo proprietario dell’ ipotetico miglior caffè di Bratislava. Il ragazzo del lago e la Bat Cave, presunto ex rifugio anti atomico, adesso riconvertito in club dove si tengono non specificate tranquille serate . Il ragazzo del lago seduto di fronte alla reception del Patio Hostel con lo sguardo fisso nel vuoto. Il viso del ragazzo del lago, la sua capigliatura, il suo essere ci ha innegabilmente turbati. Dubbi, perplessità, inquietudine, ma soprattutto un quesito: Barbablu e Bat Cave esisteranno veramente? Lui, il ragazzo del lago sarà mai stato in questi posti o tali sono solo il frutto della sua immaginazione. E soprattutto sarà riuscito a recuperare i 10 euro della caparra depositata all’ostello, ultima fonte di sussistenza per i giorni a venire. Forza ragazzo del lago, tieni duro.

( Dopo giorni di ricerca siamo almeno riusciti ad accertarci dell’esistenza della bat caverna, in realtà Subclub: Barbablù non pervenuto.)

domenica 10 gennaio 2010

Farisei in chiesa

“Se fossi costretto a lasciare il mio paese.

Se la sorte portasse in dote un “lavoro” in Italia. Se per vivere mi toccasse lavorare 18 ore al giorno e se la mia paga fosse 2 euro all’ora. Se il mio datore di lavoro fosse un “caporale” al soldo della n’drangheta. La casa? Una baracca in cartone fango e lamiera, se va bene una fabbrica abbandonata. Se per sfuggire al freddo fossi costretto a respirare i fumi tossici dell’immondizia bruciata.

Se fossi in possesso di un permesso di soggiorno, se tutelato da una protezione internazionale, se anche clandestino. Se facessi un lavoro che nessuno vuol più fare, se i campi e gli aranci fossero ormai la mia sola vita.

Se il sogno di un’esistenza dignitosa fosse solo un tragico rimpianto. Se i pochi soldi a disposizione li spendessi in prostitute e alcool, così per lenire il dolore di una vita infame. Se più volte sono stato pestato dai caporali, se l’anno scorso ho anche denunciato alle forze dell’ordine. Se adesso giovani rampolli delle ‘ndrine mi sparano con un fucile ad aria compressa.
Se la mia reazione è furiosa, se distruggo, incendio, sfascio…”

La solita guerra tra poveri, dove i ministri e le intellighenzie di un paese si “divertono” a cavalcare l’onda elettorale del diamo addosso al nero. Il solito putridume morale di chi si ferma alla superficie dei problemi e non ne traccia la vera essenza.
Forza lavoro al soldo di poteri economici legati e gestiti dalla n’drangheta, manovalanza indispensabile per un business senza scrupoli che viola e calpesta la dignità dell’uomo. Migliaia di “neri” stipati come bestie, all’interno di veri e propri lager: e questo ogni anno, sempre, da circa venti anni, con la cadenza della raccolta degli agrumi nei campi. E la popolazione, la gente, la chiesa, il volontariato che assiste, cerca di dare una mano, per quanto possibile: la convivenza è cercata rincorsa, seppur difficile. Si crea un’emergenza trascurata dallo stato, pressoché ignorata dalla stampa, ma ben gestita da chi di dovere. I pestaggi frequenti, violenti: sono animali ed i caporali come tali li trattano. Loro, i neri pure denunciano, trovano la forza di fare quello che molti calabresi pure non sono in grado, opporsi agli sfruttatori mafiosi. Ed i pestaggi continuano. Fino a quando colpi di fucile ad aria compressa raggiungono gli schiavi neri: autori, giovani leve di illustri “famiglie” del luogo. Monta allora la rabbia, si scatena in modo incontrollato. La gente si organizza e reagisce: pesta, spara, sfascia pure lei. E la n’drangheta da questa parte, a proteggere una popolazione che vede nel potere mafioso l’unica forma di tutela possibile e riconosciuta: non l’antistato, ma piuttosto il vero stato.
La n’drangheta allora fa il bello ed il cattivo tempo. Come un abile burattinaio muove tutte le fila dell’intera vicenda. Gestisce la raccolta degli agrumi, schiavizza immigrati, genera ed alimenta degrado disperazione tensione con la popolazione locale, fa scoppiare una rivolta, la contrasta.
Il tutto, casualità vuole, nel giorno in cui, a Reggio Calabria, i ministri Roberto Maroni ed Angelino Alfano, annunciavano nuove misure contro la 'ndrangheta dopo la bomba esplosa alla Procura generale.
Eppure il messaggio mi sembra piuttosto semplice: qui comanda la n’drangheta, il territorio è nostro. Con noi si tratta, noi teniamo in pugno una regione, disponiamo del controllo dell’economia ( la raccolta degli agrumi-chi la farà senza i neri, si profila un settore in stallo o passato il guazzabuglio di nuovo sotto con le bestie umane?), dell’ordine pubblico, della sicurezza e soprattutto della fiducia della popolazione.

(Un eccesso di tolleranza): farisei in chiesa.